A volte i sogni si dimenticano, o addirittura si perdono nella quotidianità. Ma non muoiono mai. Forse è per questo che, con il passare degli anni, si riaffacciano alla mente quelli che abbiamo coltivato da giovani. Presto o tardi, tornano a farsi vivi. Quando ci rendiamo conto che in gran parte non li abbiamo realizzati – anzi, che non ci abbiamo nemmeno provato – sentiamo una fitta al cuore, improvvisa, inattesa. Perché essi sono rimasti esattamente ciò che erano allora: sogni. Nel corso della vita, però, ho imparato che ogni tanto ci viene offerta l'occasione di rimediare: l'occasione che credevamo perduta, l'opportunità unica di trasformare in realtà quei desideri smarriti lungo il cammino. La felicità consiste nell'essere grato di quello che ho, e non nel desiderare ciò che mi manca.
Il Sogno di Dio è vedere la felicità abitare il cuore di ogni uomo, è vedere i suoi figli vivere in unità, vederli camminare nella stessa direzione, dandosi la mano, aspettandosi, condividendo le croci inevitabili della vita, ma anche godendo insieme le gioie e le soddisfazioni. Dio sogna il bene per noi… e noi che cosa sogniamo? Spesso, nella storia della salvezza, attraverso i sogni Dio ha parlato agli uomini e li ha fatti partecipi del suo “grande sogno”. Siamo a volte precipitosi nell’associare i sogni a faccende di bambini e di ragazzi, perché - secondo noi - la vita è altro: è fare, realizzare, progettare, lottare. Ma senza sogni tutto sembra diventare vuoto e senza sapore, perché alla nostra vita viene a mancare l’orizzonte, l’entusiasmo: in una semplice parola “speranza”. Sognare è desiderare il bene, il bello, la felicità. Solo chi desidera è in grado di cambiare la propria vita e renderla migliore. Solo chi sogna sa vedere la realtà e la storia con gli occhi giusti per dare “senso” al proprio quotidiano. Chi ha il coraggio di sognare, di rincorrere i propri sogni e anche di raccontarli capisce che la vita non è la somma dei giorni, ma è una strada da percorrere giorno per giorno. Ad ogni passo ci è data la possibilità di scoprire “il segreto” del nostro cammino. E’ una strada che non percorriamo da soli, anzi la bellezza di questo nostro “camminare” è data dal saperlo condividere: perché qui sta la vera gioia. Saper sognare è saper vedere gli altri con gli occhi del cuore, riscoprendo la bellezza delle persone care che la Provvidenza ha posto al nostro fianco; sognare è fidarsi che Dio ha fatto bene ogni cosa, e ogni persona che incrocia il nostro cammino ha un’importanza singolare ed irripetibile. Anche le persone con le quali facciamo più fatica, anche loro ci offrono un’occasione per rendere il nostro cuore ancora migliore nel volere bene. Non esistono persone inutili o tremendamente sbagliate: perché anche un orologio rotto indica l’ora esatta due volte al giorno. Viviamo allora insieme il gran bel sogno dei nostri Oratori. Riscopriamoli come luoghi di Fede nei quali ritrovare la presenza di Dio. Viviamo la Grazia di camminare insieme nella gioia, riconoscendo che le differenze non sono povertà o motivi di divisione, ma occasioni di ricchezza gli uni per gli altri. Viviamo il sogno di parlare bene gli uni degli altri, di usare espressioni di elogio per chi si mette in gioco nel campo educativo. Affidiamo i nostri ragazzi - il vero tesoro dei nostri Oratori - nelle mani “robuste” di Dio, perché li possa custodire e rinfrancare. Tutto nasce dal cuore, e tutto è questione di cuore! Se il nostro cuore smetterà di giudicare e inizierà ad amare, sapremo realizzare il “sogno” di abitare un Oratorio che ama con il cuore in mano. Ognuno è chiamato a dare il suo contributo, a mettersi in gioco per quello che sa e può fare. Impariamo ad avere bisogno di Dio e degli altri: è l’unico modo per poter vincere la partita. Sognare è il modo più bello per usare il cuore nel desiderare e realizzare ciò che di più vero portiamo nel cuore.
Eccoci, Signore, davanti a te. Col fiato grosso, dopo aver tanto camminato. Ma se ci sentiamo sfiniti, non è perché abbiamo percorso un lungo tragitto, o abbiamo coperto chi sa quali interminabili rettilinei. È perché, purtroppo, molti passi, li abbiamo consumati sulle viottole nostre, e non sulle tue: seguendo le piccole vie della nostra caparbietà, e non le indicazioni della tua Parola; confidando sulla riuscita delle nostre estenuanti strategie di vincere, e non sui moduli semplici dell'abbandono fiducioso in te.
Sentiamo nostre le parole di Pietro: "Abbiamo faticato tutta la notte, e non abbiamo preso nulla". Ad ogni modo, vogliamo ringraziarti ugualmente. Perché, facendoci contemplare la povertà del raccolto, ci aiuti a capire che senza di te, non possiamo far nulla. Ci agitiamo soltanto. Ti ringraziamo, Signore, perché ci conservi nel tuo amore. Perché continui ad avere fiducia in noi. Grazie, perché non solo ci sopporti, ma ci dai ad intendere che non sai fare a meno di noi.
Grazie, Signore, perché non finisci di scommettere su di noi. Parafrasando una frase famosa di Raoul Follereau, auguro a tutti e anche a me stesso, di vivere la carità e il “voler bene” come una presenza e non come un pensiero carino. Perché è necessario non soltanto donare, ma donarsi.
Nella scena del Presepe, i Magi sono immobili davanti alla Madonna ed al Bambino, in atto di adorazione. Sono finalmente arrivati alla meta ma il loro viaggio è stato lungo.
La tradizione cristiana parla di tre Re venuti dall'oriente
Melchiorre
"un vecchio dai capelli bianchi, con una folta barba e lunghe chiome ricciute",
Gaspare
" un giovane imberbe"
Baldassarre
"di carnagione olivastra e con una lunghissima barba".
I Magi partirono dalla loro terra in gran fretta quando, in cima al Monte Vittoria apparve loro una stella in forma di bimbo bellissimo con una croce sul capo. Ciò poté avvenire poiché ogni anno, dodici uomini salivano sul Monte Vittoria e vi restavano in abluzioni e preghiera in attesa dell'apparizione della stella annunciata dal profeta Balaam.
Partirono con i dromedari, animali velocissimi che in un giorno percorrevano quanto un cavallo in tre. Arrivarono dall'Oriente a Gerusalemme in tredici giorni. Qui chiesero ai Giudei il luogo della nascita di Gesù poiché secondo la profezia
"essi conoscevano il tempo ma non il luogo".
Finalmente giunti a Betlemme offrirono al Salvatore oro , incenso e mirra, doni che Persiani e Caldei usavano portare ad ungrande Re
e simboli di maestà divina, regale potestà ed umana mortalità.
Avvertiti in sogno di non far ritorno da Erode, raggiunsero le loro terre d'origine dove, secondo le leggende orientali, riportarono il dono che essi ricevettero dalle mani del Bambino o della Vergine. Una pietra staccata dalla mangiatoia, un pane rotondo, una fascia in cui era stato avvolto il bambino, a seconda delle diverse versioni, tutte accomunate dalla nascita del culto del fuoco. In ciascuno dei tre casi, infatti, dall'oggetto regalato si sprigionò un fuoco sacro, degno di venerazione.
Benvenuto a Pietro, il nuovo Papa' Confratello del S.S. Sacramento, che dopo un percorso di preparazione, affiancato dal Confratello Marco, maestro dei novizi, è entrato a far parte di questo grande gruppo dei confratelli."E' stata una grande emozione per tutti noi confratelli", scrive il Priore della Confraternita Daniele, il quale assieme a tutti i membri, da un caloroso benvenuto a Pietro e ricorda che la confraternita è un gruppo sempre aperto, che accoglie tutti. Un gruppo legato all' Eucarestia e fedele quindi al S.S. Sacramento, attivo in parrocchia e saldo nella fede.
Stiamo cercando “qualcuno” che renda bella, gustosa e piena la nostra vita?
A volte le nostre giornate sembrano così piene e agitate, ma estremamente “normali”, ripetitive e inconcludenti.
Certo viviamo, corriamo, soffriamo e ridiamo, ma tutto questo non lascia traccia nel nostro cuore.
Potremmo dire che le nostre giornate sono così piene ma lasciano spesso il cuore così vuoto.
Uno dei motivi di questo stato d'animo è che “non cerchiamo niente”, non desideriamo niente, ci basta superare ogni giorno quello che incontriamo davanti, ritagliandoci gioie che durano il tempo di una risata, per poi rifiutarci di tirare le somme della nostra vita. Le domande: Che cosa sto cercando? Chi sto cercando? ...l'ho trovato? Sono troppo pesanti e ci lascerebbero nell'inquietudine del dubbio.
Ma un famoso detto ci ricorda che “un uomo è ciò che cerca”... noi, allora, cosa cerchiamo; noi chi siamo?
Ecco che serve avere il coraggio di cercare per ridare vita e impulso al nostro cuore.
Occorre recuperare il coraggio di desiderare, di riscoprire nel nostro cuore i nostri “pensieri felici”! Solo loro dicono chi veramente siamo e dove vogliamo andare.
Riprendendo in mano i nostri sentimenti, i nostri desideri, ricorderemo chi siamo, e subito il sorriso abiterà il nostro volto ricordando le persone importanti della nostra vita.
Sarà bello riscoprire quelle che abbiamo sempre al nostro fianco, ma eravamo così intenti a guardare noi stessi che ci siamo dimenticati di loro, forse dandole troppo per scontate.
Altre persone invece per sentirle vicino dovremmo alzare lo sguardo al cielo e sentire il loro sguardo su di noi.
Il mese di ottobre ha due “indirizzi”: da un lato le missioni, dall'altro “è anche il mese del Rosario, che ci invita a una vita di preghiera contemplativa”. Questi due temi si completano, perché abbiamo bisogno di una densa vita spirituale e di preghiere per vivere testimoniando Gesù Risorto e annunciandolo alle persone del nostro tempo.
“Essere missionari fa parte del nostro essere cristiani”, ha sottolineato in un articolo monsignor Orani João Tempesta, Arcivescovo di Rio de Janeiro (Brasile).
Il presule ha ricordato che il mese di ottobre ha due “indirizzi”: da un lato “le missioni, che segnano le riflessioni nelle nostre comunità”, dall'altro “è anche il mese del Rosario, di antica tradizione, che ci invita a una vita di preghiera contemplativa”. Questi due temi, ha affermato, “si completano, perché abbiamo bisogno di una densa vita spirituale e di preghiere per vivere testimoniando Gesù Risorto e annunciandolo alle persone del nostro tempo”.
Monsignor Tempesta si è soffermato in particolare sul tema delle missioni, indicando che “siamo essenzialmente missionari”.
La missione fondamentale della Chiesa “è sempre di annuncio della Parola di Dio che echeggia nel cuore dei fedeli, testimoniata e vissuta, che deve trasparire in tutta la vita del popolo di Dio”, ha spiegato. “Tutti noi diventiamo seguaci e missionari partendo dalla Grazia che riceviamo da Dio attraverso il Santo Battesimo”.
“A partire dalla conoscenza della Grazia di Dio, adottata nel cuore di quanti cercano la solidità della rivelazione divina nella loro vita, si percepisce la necessità della missione”.
“E' anche missione della Chiesa quella di denunciare tutto ciò che è contrario alla Parola di Dio, come le ingiustizie provocate alla luce di interessi particolari che sviano il percorso cristiano”.
“Essere missionario è, in primo luogo, un grande impegno che il cristiano adotta a favore della realizzazione del Regno di Dio, in cui le creature da Lui create devono proclamare e dare testimonianza della propria fede, portando alla conoscenza di tutte le persone la Parola di vita che cura, libera e salva”.
“Essere missionario è innanzitutto l'atto di assumere la fede interamente, in una dinamica viva di accoglienza della propria vocazione”.
“In questi tempi di grandi difficoltà per la missione della Chiesa, che soffre varie persecuzioni nel mondo, non è facile 'essere discepoli', non è semplice essere presenti nella società in cui una minoranza preferirebbe che 'ci si dimenticasse di Dio'”, ha riconosciuto monsignor Tempesta.
“Nel discernere i 'segni dei tempi', sentiamo quanto siano necessari una 'nuova evangelizzazione' e il coraggio di proclamare in chi crediamo, e come siano importanti per la società i valori annunciati dai missionari”.
Tutto è terra di missione
Molte volte, ha proseguito monsignor Tempesta, si pensa che per essere missionari “sia necessario entrare in un ordine religioso e professare i voti per essere inviati in una terra lontana e lavorare nell'evangelizzazione dei fratelli”.
Ovviamente, “esiste questo tipo di lavoro missionario nella vita della Chiesa”, grazie ai “nostri fratelli che donano la propria vita nell'annuncio e nella testimonianza del Vangelo in luoghi in cui Cristo ancora non è stato annunciato”.
La missione, però, è insita “in tutti noi battezzati”, e “dobbiamo agire come veri missionari nell'ambiente in cui viviamo, iniziando dalla nostra famiglia e comunità, in cui esercitiamo il nostro apostolato”.
Santa Teresina del Bambin Gesù, ha ricordato del resto l'Arcivescovo, “non è mai uscita dal Carmelo, ma è stata una grande missionaria, mossa dalle sue continue preghiere, dal suo spirito missionario che portava come inquietudine nel suo cuore e dal profondo amore per Dio”.
In questo contesto, il mese di ottobre è “un momento per rafforzare l'azione di pregare e aiutare il buon esito del lavoro dei missionari che sono in missione in terre molto distanti dal Paese o dalle città di origine”, nonché “l'opportunità di far sì che la nostra missione quotidiana possa sortire gli effeti necessari nel cuore di tutti i fedeli, perché procedano cercando sempre la vicinanza a Dio”.
“La missione di tutti noi consiste nel fatto di dover abbracciare la proposta che Dio ci ha fatto dal momento in cui, mosso da un amore incondizionato, ci ha donato la vita”, ha ricordato l'Arcivescovo di Rio de Janeiro.
“Sii anche tu un missionario di Gesù Cristo”, ha esortato.